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Flavia Franceschini

Le Muse Quietanti
MLB home gallery - corso Ercole I° d'Este, 3 - Ferrara (dalle 15 alle 19)
Art Gallery Hotel Annunziata - Piazza della Repubblica, 5 - Ferrara (dalle 10 alle 24)

La mostra inaugurerà sabato 19 novembre in due sedi: alle 18 alla MLB home gallery di Corso Ercole d’Este 3 e alle 19 all’Art Gallery dell’Hotel Annunziata e resterà aperta fino al 5 febbraio 2017.

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Le Muse Quietanti

Se gli inquietanti manichini di De Chirico erano figure immobili e misteriose, oltre il tempo, perchè non immaginare che altre Muse, oggi, governino amorevolmente la creatività degli artisti ferraresi?
Muse.. quietanti, in questo caso: “Nell’amorosa quiete delle tue braccia”, scriveva Barthes, se molte sono le coppie in cui addirittura più di una di esse porta felicemente la propria sapienza.
Euterpe, Tersicore, Talia, Calliope e le altre regnano quindi in dimore cittadine: trenta coppie di personaggi che animano la scena del mondo artistico hanno accondisceso a questo gioco, lasciandosi ritrarre da Flavia Franceschini in uno scatto fotografico ambientato nel loro studio o nell’atelier di Via Carmelino e partecipando con ironia alla “mise en scène”. Portando in dono un sorriso d’intesa, un oggetto amico, un sogno inconfessato, un angolo segreto del proprio mondo. Continua la lettura….
Musicisti, attori, coreografi, poeti, danzatori, registi, pittori, scrittori, scultori, performer, fotografi, critici, giornalisti e galleristi.
Tra questi, c’è chi ha scelto Ferrara per vivere, come il pianista argentino Hugo Aisemberg, e chi per seguire la propria Musa vive altrove, ma ha qui le sue radici, come il musicista Ares Tavolazzi e l’attrice Silvia Pasello. Molti i nomi che appartengono al mondo dell’arte figurativa, come i curatori Franco Farina e Lola Bonora, Maria Livia Brunelli, Paolo Volta, Lucio Scardino, gli artisti Sergio Zanni e Gianni Guidi , Gianfranco Goberti, Daniela Carletti, Chiara Sgarbi, Nedda Bonini, Amir Sharifpour e Sima Shafti, Fabbriano e Adriana Mastellari, Claudio Gualandi e Linda Mazzoni, fino ai più giovani Elisa Leonini, Andrea Amaducci e Marcello Carrà. Ma c’è anche chi milita tra le fila del giornalismo, come Anja Rossi, Andrea Musacci e Marco Caracallo, chi appartiene al mondo della danza, come Melania Durca e Caterina Tavolini, della musica, come Stefano Bottoni, Roberto Manuzzi, Gabriella Munari e Laura Trapani, della comicità come Gianni Fantoni, del cinema, come Massimo Alì Mohammad e la coppia di burattinai Vittorio Zanella e Rita Pasqualini. Della fotografia, come Marco Caselli Nirmal e del teatro, come Valeria Vitali e Isabella Bordoni. Infine della letteratura, come Lucia Boni e Dario Franceschini, che, da scrittore quale è, ha ideato il titolo di questa frizzante mostra, un progetto tuttora in fieri che immortala uno spaccato attualissimo di cultura ferrarese.
La mostra inaugurerà sabato 19 novembre in due sedi: alle 18 alla MLB home gallery di Corso Ercole d’Este 3 e alle 19 all’Art Gallery dell’Hotel Annunziata e resterà aperta fino al 5 febbraio 2017.
Il “sogno d’ombre” di Flavia Franceschini
Silvia Pegoraro

Il visibile che Flavia Franceschini ci offre nelle sue opere è quanto mai concreto e quanto mai fantasmatico, tale da convincerci della propria realtà con la forza di una penetrante retorica onirica. Ci fa pensare al commento di Heidegger all’Andenken di Hölderlin, dove il filosofo tedesco approfondiva la questione dell’ombra, collegandola, per mezzo dell’interpretazione hölderliniana di Pindaro (“Sogno di ombre sono gli uomini”), al “pensiero greco del sogno”: limpido, lineare e insieme carico di implicazioni enigmatiche, intriso d’ombra, appunto. Il rapporto che l’artista intrattiene con le sue opere è intensamente gestuale: la sua formazione di scultrice-intagliatrice in legno la induce ben presto a una sorta di corpo a corpo con la materia, con la sua resistenza e la sua solidità, che con l’andar del tempo e la sperimentazione di nuove tecniche e nuovi materiali (gesso, carta, colle, stoffa), che alla “forza di levare” affiancano sempre più spesso la “via di porre”, si trasforma in fluidità e duttilità, stratificazione di memorie e velature. Continua la lettura….
Flavia Franceschini rielabora l’icona simbolista – e in qualche misura tardo-gotico e manierista – del femminile diafano e sognante, misterioso ed esoterico, dominato da una forte tensione spirituale. Mobilità, avvitamento, spiegamento, musicalità sono alcune delle sensazioni – tutte dinamiche – che suscitano nello spettatore le sue sculture, dove ogni corpo-figura genera il suo spazio assoluto, seguendo la traccia della memoria o del sogno, in un intrigante racconto visivo-visionario. Qui fiaba e realtà, storia e immaginazione si annodano ininterrottamente, ed è così che una strana e tenera Maternità e una sorta di autoritratto dell’artista possono dialogare con le figure mitiche della Fenice, di Teti e Melusina, di Orfeo ed Euridice e di Leda, e il duca Borso d’Este può perdersi in pianure dagli accenti fiabeschi che rinviano alla pittura ferrarese del ’400, ma anche a certi paesaggi visionari di Grünewald o Altdorfer, e nello stesso tempo ai desolati paesaggi interiori di Antonioni. Dramma e sogno si snodano reciprocamente, in un contesto in cui l’artista salva i phantasmata della visione ottica, ma li apre all’invisibile, caricandoli di una tensione serpeggiante. In questo modo allegorizza la visibilità come veggenza intrinseca a una figurabilità. Le figure e le forme che costituiscono il suo universo fluttuano in quello che Barthes definirebbe “l’impero del significante”: non sono chiuse in una semanticità codificata, ma vivono la condizione dell’apertura del linguaggio, della sua perenne metamorfosi. Dunque,trapasso della concretezza nel vuoto, e viceversa: risucchio della realtà e coagulo di trasmutazioni. Luogo
immaginario di metamorfosi sostanziali, di quel “trasmutabile per tutte guise” che Dante riferisce a sé (Paradiso, V, 99).
La scultura di Flavia Franceschini sembra svilupparsi secondo due tendenze contrarie: da una parte un movimento che coagula i fluidi, solidifica le trasparenze, ispessisce le luci; dall’altra una tensione che porta la materia duttile, salda ma infinitamente sensibile, costellata di tracce, d’impronte leggere, di memorie di corpi, sempre sul punto di dissolversi, di disseminarsi, per ri-manifestarsi come visione di un’idea di spazio in cui è fondamentale la reversibilità interno/esterno, concavo/convesso, visibile/invisibile. Uno spazio in cui le figure sembrano scegliere la via della sparizione, della dissoluzione. Questa tendenza a scomparire non si percepisce del resto come una perdita, ma come fonte della loro potenza emozionale. Sono figure che funzionano al meglio nell’esilio, nel gap, nell’interstizio.
A tutto questo non è estraneo l’interesse di Flavia Franceschini per la fotografia, la quale, ci ricorda Lévinas, “è stata generata dal costante tentativo umano di catturare un’ombra della vita. La storia di questo tentativo è una storia di ombre, di impronte, di sindoni”. Ombre, impronte, sindoni e sudari come quelli delle Diafane presenze, apparizioni lievi e inquietanti, elaborate in gesso,
seta, cotone, carta, dove è centrale quella che si potrebbe definire una “poetica dell’impronta”. Come scrive Georges Didi-Huberman, l’impronta è un perfetto esempio di anacronismo, che lega il passato con il presente: ci parla sia del contatto sia della perdita, è memoria delle forme, contatto con la materia, ma anche con l’assenza. In questo senso particolarmente toccante e suggestiva è la consonanza
con una poesia di Giorgio Franceschini, padre dell’artista, scritta nel 1943 e ritrovata da Flavia Franceschini dopo aver già realizzato questa serie di lavori, che ha poi voluto intitolare con frammenti di quella poesia, Mito di Eco e di Narciso: “O creatura diafana, che accorri / dolente ove si smorza la nostra voce, / ti immagino triste se sai/ il suo desiderio di un’ora. / Ti vide, su molli prati, vagare /
nell’attesa rassegnata del tramonto / angosciata dalle inutili forme / della tua terra e con te chiese di piangere sulla bellezza. / E strinse il suo corpo con le tue / braccia e si amò in te”.
Il “translucido”, il quasi-invisibile delle tracce che popolano i bassorilievi di Flavia Franceschini, il gioco delle loro trasparenze/opacità, ci fa percepire quell’impercettibile pulviscolo del reale definito da Goethe “la prima squama del corporeo”: nel loro esibire i frammenti di una forma creata e subito perduta, ci dicono che la forma è solo una delle infinite possibilità implicite nella materia. Implicite, dal
latino poetico e postclassico in-plicare: letteralmente “ripiegate dentro”, come la materia dentro lo spazio per Leibniz, come le pieghe del Sudario degli amanti, come le ombre della memoria nell’anima di quest’artista.

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Nello Studio di Flavia Franceschini
Video di Maria Elena Franceschini

Nello studio di Flavia Franceschini
di Andrea Samaritani
La Nuova Ferrara - 2013


Il gesto è lo stesso che faceva il fornaio nel secolo scorso, la porta è la stessa. Una mano femminile abbassa la maniglia, consumata dal tempo, con decisione. Mi apre e mi invita a entrare. Le piastrelle di ceramica bianca sono quelle di allora e anche l’imponente forno a due bocche troneggia ancora sul fondo del negozio. Tutto uguale. Oggi però si entra nel portone di via Carmelino 15/17 non più per riempire il sacchetto della spesa con il pane caldo, ma stregati e incuriositi dal profumo sottile del legno di Cirmolo.
Dal duemila le ceste e le cassette di legno non contengono più pane, coppie ferraresi, filoni, paste e biscotti, ma sono diventate valigie e scatole ricolme di legni di varie misure e qualità, proteggono la lama di sgorbie e scalpelli affilatissimi. Gli strumenti di Flavia Franceschini, ebanista e intagliatrice dal 1980. Continua la lettura….